Gli stadi di proprietà nel futuro del calcio italiano

L’evoluzione economica del calcio

Una volta erano gli sponsor, oggi sono gli stadi di proprietà.

Quando il calcio era più povero, più sano e genuino, le società sportive riuscivano a determinare il proprio livello di ambizione attraverso le sovvenzioni private. Che fosse il Presidente mecenate di turno, probabilmente nelle vesti di un capo tifoso dietro la scrivania. Che fosse l’azienda cittadina a sostenere il nome della città legando il proprio marchio alla squadra del posto. In ogni caso, le sorti economiche e finanziarie di un club dipendevano, per la quasi totalità, dalle proprie partnership. Dallo stadio, soltanto il prezzo del biglietto e delle sciarpe acquistate prima di recarsi al botteghino.

Oggi il calcio è diverso. Oggi il calcio è più moderno, è più mediatico ma soprattutto è diventato un vero e proprio modello di business a livello mondiale. Come tale, ha dovuto adattare la propria essenza e imparare non solo le regole del rettangolo verde ma anche quelle di bilanci e business-plan.

In questo processo di metamorfosi sono stati tanti i mezzi finanziari che si sono aggiunti al prezzo del biglietto come risorse utili. Merchandising, diritti tv, diritti di immagine, market pool nelle coppe europee, premi. Tutte fonti di arricchimento che hanno permesso a diverse società di ampliare il proprio status da squadra nazionale a club di ranking europeo.

Il nuovo corso economico. Gli stadi di proprietà

Ma anche questa fase si è evoluta. Oggi il famoso passo coi tempi calcistico può essere mantenuto soltanto con un’azione di sviluppo ulteriore: avere stadi di proprietà.

Non è una novità. Sono già molti i club, soprattutto dei principali campionati professionistici, ad aver varcato le porte della proprietà immobiliare. In Germania, Francia e Spagna le squadre con stadi di proprietà hanno aumentato notevolmente le loro fortune. Ma il modello precursore, la stella cometa da seguire, è stato sicuramente quello anglosassone.

In Inghilterra oggi sono tantissimi i football club con una propria casa sportiva. Non soltanto nella massima competizione nazionale, la Premier League, ma anche nelle categorie inferiori. A titolo di esempio, come non citare l’Emirates Stadium dell’Arsenal, lo Stanford Bridge del Chelsea, il Tottenham Hotspur Stadium dell’omonima squadra. Roba da ricchi, direbbe un famoso regista.

Tuttavia, è bello menzionare soprattutto il Kingsmeadow, struttura di appena 1450 posti dove il Wimbledon gioca le sue partite di serie C inglese. Due dimensioni così lontane e diverse ma legate da un unico comune denominatore: il senso di appartenenza. Nel nome del profitto e della sostenibilità economica, ovviamente. Ma anche in mezzo al mare di sterline, persino una società di un piccolo borgo riesce a ritagliarsi una sfera propria. Segno che lì il calcio è davvero di tutti e per tutti. Ok, le squadre inglesi magari non vinceranno sempre perché lì si predilige ancora oggi lo spettacolo piuttosto che la noiosa, anche seppur vincente, tattica. Ma non tradendo lo spirito del gioco, alla lunga lo show sportivo e umano vince sempre.

Strumento di crescita e di vittorie, si diceva. Ma come influisce lo stadio di proprietà sui risultati di una squadra. E’ ben chiaro che dal punto di vista economico i benefici siano tanti: non si paga più l’affitto dell’impianto, gli introiti sono esclusivamente della società.

Ma anche sotto il profilo psicologico una squadra ha una marcia in più. Giocare le partite in uno stadio che i calciatori sentono proprio aumenta la consapevolezza tecnica e agonistica. Nessuno sopporta l’idea di essere sconfitto in casa propria, la violazione di domicilio nel calcio è un fatto difficile da digerire per tutti. Lo è per le società, che investono tanto e non certo per regalare serate di gioia agli ospiti di turno. Lo è per i calciatori, che cercano di trasformare il proprio rettangolo di gioco in un fortino inespugnabile. Ma lo è soprattutto per i tifosi, che cominciano a sentire quella curva o quella tribuna come confine invalicabile del loro mondo. La dimostrazione: ci sono squadre, anche poco blasonate, che in casa fanno paura anche alle migliori corazzate. In trasferta poi…!

Gli stadi di proprietà in Italia

Dopo tanti anni il concetto è stato assimilato anche in Italia. Un caso su tutti, la Juventus. Negli anni bui del post calciopoli e della prima volta in serie B, la famiglia Agnelli ha ottimizzato i tempi di magra. Giù il relitto Delle Alpi, su lo Juventus Stadium, oggi Allianz Stadium. Esempio di lungimiranza livello pro. Mentre sotto il profilo sportivo si cercava senza pressioni eccessive la risalita, dal punto di vista manageriale si ponevano le basi per un futuro roseo. Risultato? 9 scudetti consecutivi, 40.000 posti sempre occupati, musei e tour stracolmi e denaro da spendere per i migliori campioni. E’ probabilmente grazie a questo punto di partenza se oggi tutti possono guardare Cristiano Ronaldo giocare in Italia.

Ma allora gli stadi di proprietà possono aiutare davvero un club a sfiorare il tetto d’Europa? La risposta è si anche tralasciando il Bayern Monaco, che periodicamente fa man bassa in Germania e in Europa, esempio più banale che ci sia. La controprova invece è l’Atalanta di Gasperini. La squadra più provinciale delle provinciali, che sopravviveva grazie alle ricche plusvalenze da valorizzazione dei giovani, è arrivata a 1 minuto dalle semifinali di Champions. E dall’eliminazione dei petroldollari del Paris St. Germain di Neymar e Mbappè. Forse sarà solo un caso che il progetto vincente sia partito dall’acquisizione dell’Atleti azzurri d’Italia. O forse no.

Stadi di proprietà imprescindibili per il calcio del futuro. Continua a ripeterlo anche l’amministratore delegato del Milan, il sudafricano Ivan Gazidis. Il modello sostenibile del Milan di Elliot basato sui giovani da valorizzare non può prescindere dal nuovo progetto stadio, benché in comproprietà con l’Inter. Quello che a sentir dire sarà lo stadio più bello e moderno al mondo (“un progetto incredibile”, cit.), è diventato il principale argomento in via Aldo Rossi. Se un manager di fama internazionale e un fondo ricchissimo decidono di investire risorse ed energie in quella direzione, un motivo ci sarà.

Una partita futuristica da vincere

Purtroppo però, come molto spesso succede in Italia, i progetti e le ambizioni si scontrano con la burocrazia. Il citato progetto dello Stadio di Milano continua a scontrarsi con i capricci, le cautele (forse eccessive), le paure dell’amministrazione comunale meneghina. Tutti vogliono vederci chiaro. Sulla società che costruirà. Sulla proprietà delle società. Sui risvolti che ciò avrà nella vita quotidiana della città. Evidentemente qualcuno non ha ancora deciso se le prospettive di lavoro, di sviluppo economico, di spettacolo, di benessere insomma, debbano trasformarsi in realtà.

E Milano è solo l’ultima di una lenta fila. Di una coda che vede il progetto dello stadio della Roma arenarsi da anni contro la politica capitolina. Che vede il magnate italo americano Rocco Commisso minacciare l’addio a Firenze perché i permessi per investire sullo stadio della Fiorentina non si sbloccano. Poi se gli investitori stranieri scappano l’importante è dare colpa alla crisi.

L’Italia calcistica ha finalmente capito che l’evoluzione passa per gli stadi di proprietà, sfida finanziaria e strutturale affascinante da affrontare. Bisogna solo cambiare la burocrazia e investire su un nuovo modello di mentalità. E’ questa la vera partita da vincere.

Infine un’ultima nota di colore. Proprio pochi giorni fa lo Stadio di Napoli ha cambiato il proprio nome, non più Stadio San Paolo ma Stadio Diego Armando Maradona. Non sarà (ancora) lo stadio del Napoli, ma sicuramente è lo stadio di Napoli, tutta. Questo sì!!!