Il calcio in rosa – Le donne alla conquista del pallone

Magari Aurelio De Laurentiis o Massimo Ferrero, presidenti di calcio per passione e produttori cinematografici di professione, potrebbero farci un film, con titolo “Il calcio in rosa – Le donne alla conquista del pallone”. Magari potrebbero inventare la storia di quella volta in cui il bistrattato calcio femminile cominciò ad interessare talmente tanto gli appassionati di football che Sky decise di proiettare le partite di un nuovo campionato tra donne da seguire con grande curiosità tecnica e critica. O magari immaginare di giornaliste alla ribalta, come Ilaria D’Amico o Diletta Leotta, che sanno parlare di calcio bene e per ore, andando ben più in là delle dinamiche del caro vecchio fuorigioco. Poi, accarezzando l’utopia, si potrebbe ipotizzare di un’evoluzione talmente ampia da pensare che il Governo lavori ad una riforma di parificazione assoluta, rendendo professionistico quello stesso campionato. Nel frattempo Sara Gama viene nominata vice-presidente dell’Associazione Italiana Calciatori.

Purtroppo non sarà possibile vedere tutto questo nei cinema di tutta Italia. Non perché si sia volato troppo di fantasia, bensì perché altrimenti i citati registi dovrebbero pagare davvero troppo per i diritti d’autore e biografici. Già, perché il copione è vero, è reale, il calcio è diventato davvero rosa e le donne alla conquista del pallone non sono più un sogno.

Una volta era considerata una passione tutta maschile. Gli uomini non aspettavano altro che la domenica (e non solo) per distaccarsi da tutti gli impegni di lavoro e dai pensieri personali per rifugiarsi in quei 90 minuti fatti di urla, sorrisi, lacrime e, perché no, liti verbali con l’amico di sempre. Nel frattempo le donne maledicevano quel rettangolo verde e tutto ciò che vi accadeva dentro.

“Perché perché la domenica mi lasci sempre sola…”. Molti ricorderanno quel simpatico motivetto che faceva da colonna sonora ai tanti fine settimana in cui il pallone era un diritto tutto al maschile. Chi ha scritto quel testo oggi però rimarrebbe sorpreso da come il mondo sia cambiato. Il gentil sesso ha preso parte a questo scenario ludo-economico e lo ha fatto da protagonista, non solo conquistando le copertine per la sua bellezza, ma addirittura violando i santuari del maschilismo sportivo con la propria arte e capacità.

Simbolo dell’ascesa? Si racconta che una volta Boskov disse che un uomo non è uomo se preferisce una donna ad una birra gelata e alla finale di Champions League. Non sarà stata la finale, ma un arbitro donna a dirigere una gara di Champions non se lo sarebbe mai immaginato nessuno. Figuriamoci Boskov.

Si scrive “fischietto rosa”, si legge “Stephanie Frappart”.A onor del vero non è la prima volta che Madame indossa i panni del direttore, perdono, della direttrice di gara ad alti livelli. Un curriculum di tutto rispetto, in cui figurano una partita di Ligue 1 tra Amiens e Strasbourg, la sfida tra le under 21 di Italia e Armenia, il match di Europa League tra Leicester e Zorya. Ma soprattutto la finale di Supercoppa Europea del 2019 tra il Liverpool campione d’Europa e il Chelsea di Maurizio Sarri vincitore dell’Europa League, prima volta di un arbitro donna nelle competizioni internazionali maschili. Non sarà stata quindi un battesimo per il fischietto francese, ma la partita che è andata in scena ieri sera nel bellissimo e italianissimo teatro dello Juventus Stadium di Torino ha tutti i crismi e i sapori della prima volta.

A pochi giorni dalla giornata mondiale contro la violenza sulle donne l’UEFA dà un segnale forte di sostegno nella lotta per la parità dei sessi. La Champions League, da sempre paradiso terrestre di uomini e ragazzi di tutte le età, ha visto una donna a capo dell’équipe arbitrale, peraltro tutta al maschile. Un segnale di forte avvicinamento del mondo del pallone verso quei valori di uguaglianza e pari opportunità che da sempre ne hanno contraddistinto slogan e appelli.

Tutto questo mentre il Governo italiano, in piena crisi pandemica, trova il coraggio e la forza di pensare non soltanto a salvare le società maschili dal tracollo finanziario ma anche a destinare parte delle risorse future del Ministero dello Sport allo sviluppo del calcio femminile. Diventeranno professioniste. Perché si allenano, giocano e si sacrificano da professioniste. Perché come ogni bambino ha diritto di sognare di diventare Roberto Baggio, ogni bambina deve poter sognare di diventare Carolina Morace.

Le donne alla conquista del pallone anche dietro la scrivania. A pochi giorni dalla successione a Damiano Tommasi, il nuovo presidente dell’AIC Umberto Calcagno ha scelto di nominare come suo braccio destro Sara Gama, giocatrice della Juventus  e della Nazionale italiana. Perché se il nuovo Presidente eletto degli Stati Uniti d’America nomina un team di comunicazione di sole donne, anche il calcio deve avere ai suoi vertici le sue rappresentanti. Testa e gambe, dunque, per un bellissimo pareggio tra maschi e femmine.

Sono passati ormai tanti anni da quel 10 marzo 1946, quando alle donne fu concesso per la prima volta il diritto di esprimere il proprio voto, rendendo dignità alla propria opinione. Da allora il concetto di parità ha cominciato a farsi spazio, a costruire mattone dopo mattone il palazzo reale in cui ogni donna si è finalmente potuta sentire regina e non schiava. Così, dopo che 6 anni fa Samantha Cristoforetti ha portato il colore rosa nello spazio per la prima volta, oggi un vessillo altrettanto rosa sventola nell’olimpo del pianeta Calcio. Ma tutto ciò non costituisce un diritto, non sarà mai una conquista, non dovrà essere un’apertura. Tutto questo è solo un merito.

In bocca al lupo ragazze: a voi il prossimo calcio d’inizio. Perché in fondo il mondo ha la forma di un pallone e un pallone a tinte rosa piace di più a tutti.